Beyond the Gender

Sono le dieci di domenica mattina. Suono il campanello di una palazzina a Rifredi, quartiere residenziale di Firenze. Elena mi apre imbarazzata nel pigiama di flanella, sua madre è uscita per la preghiera buddista e si è dimenticata di svegliarla. Intorno un forte odore di sigaretta. Andiamo in cucina, un caffè per me e una camomilla per lei. Un gatto accovacciato sul tavolo ci osserva con aria assonnata. «Staremo qui ancora per poco. A novembre ci hanno assegnato una casa popolare, ma la mamma ha un cancro e organizzare il trasloco è complicato».
Due anni fa Elena ha avuto un tumore alla laringe: le sono rimaste la voce roca e un’invalidità del 100% che, tuttavia, le ha permesso di entrare in graduatoria per un vero lavoro all’Agenzia delle Dogane. Sì, perché uno dei problemi principali di una transgender è trovare un impiego. E avere il nome di donna sul documento non serve se la fisicità tradisce un passato diverso. «Ho fatto tanti colloqui e non sono mai stata richiamata. Se ho trovato qualcosa è stato solo grazie a persone che conoscevo, ho fatto da badante alla vicina o le pulizie per la ditta dove lavorava mia madre». Per il resto è stata cubista nei locali e attrice teatrale per brevi periodi. «Quando dalla Sicilia mi sono trasferita al Nord, per mantenermi e pagare gli interventi chirurgici mi sono anche prostituita».

Elena ha sempre saputo di essere femmina: da bambina prendeva ormoni di nascosto e, guardando Amanda Lear in tv, sognava di scappare all’estero per operarsi. Per il padre era malata di mente, per gli altri “un mezzo e mezzo” di fronte a cui farsi il segno della croce.

Desiderava scomparire. All’inizio sembrare donna era un’ossessione, un capello fuori posto avrebbe potuto svelare l’inganno e il e il più severo giudice di sé stessa era sempre lei. «Non ho preso la patente, non ho fatto l’università, ho rinunciato a votare ed evitato l’aereo: non volevo che vedessero me, e poi quel nome da uomo sul documento.»

Dopo l’operazione sono arrivate la sentenza per il cambio anagrafico e un’apparente tranquillità. La quotidianità si è semplificata, è vero, ma la carta d’identità non l’ha preservata dai commenti. Allora è stata lei a cambiare prospettiva. «Il sesso è nella testa. Non è quello che sta fra le gambe o su un documento. Io sono una donna a prescindere, diversa, ma pur sempre una donna. Adesso non ho più l’urgenza di mostrarmi femmina a tutti i costi, posso uscire struccata e spettinata». A maggior ragione adesso che le sue giornate scorrono lente: sta aspettando la chiamata per iniziare a lavorare. Mi mostra la sua camera e le foto in cui ha posato per campagne gender, ne cerchiamo una assieme per il pezzo, a breve deve andare via. Deve accompagnare la madre a scegliere la cucina per la casa nuova.

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