Aiutarli a casa propria

Open Homes e le altre: pratiche di sharing economy per l’accoglienza dei rifugiati.

Nell’Europa degli accordi mancati, dei tentennamenti e dei muri posti di fronte al movimento migratorio dei richiedenti asilo, sono spesso i cittadini a dare prova di responsabilità e a proporre soluzioni per un fenomeno ineluttabile ed entrato ormai nel vissuto quotidiano. Questo panorama di risposte bottom-up non può certo sostituirsi alle politiche di accoglienza, ma disegna un quadro di progetti d’impatto tangibile, che vanno spesso oltre la pura solidarietà e la dimensione emergenziale del problema, verso un’inclusione a vantaggio dell’intera società.

Nel mondo interconnesso, la macchina dell’inclusione sociale muove sui binari della sharing economy e dell’innovazione e sono ormai diverse le piattaforme collaborative dedicate all’accoglienza dei rifugiati, dalle App che semplificano la vita quotidiana (come InfoAid, che offre informazioni su confini, permessi e mezzi di trasporto; RefUnite, che favorisce i contatti con le famiglie nel paese d’origine; RefAid, che raccoglie e geolocalizza tutte le informazioni utili per rifugiati e membri delle ONG o MakeSense, il sito che raccoglie le idee innovative di inclusione sociale dal basso) a più ambiziosi progetti incentrati sull’inclusione lavorativa (è il caso di Imnotarefugee, sorta di ufficio di collocamento online per rifugiati) e soprattutto abitativa.

Tra questi ultimi, il neonato Open Homes, progetto di accoglienza diffusa voluto dal colosso degli affitti brevi Air B&B in collaborazione con ONG e altre associazioni impegnate nel sociale. In Italia è stato lanciato a Milano ad inizio luglio, e vede come partner la comunità di Sant’Egidio e Refugees Welcome Italia. L’idea è semplice, con gli host che mettono a disposizione gratuitamente attraverso la nota piattaforma le proprie strutture per un periodo limitato. Queste vengono destinate a rifugiati già in contatto con le associazioni partner, dunque migranti che hanno già compiuto parte del loro percorso nella nazione ospitante ottenendo protezione internazionale, ma che usciti dai centri Sprar ancora non sono indipendenti. La rete consolidata di AirB&B, messa per la prima volta alla prova negli Usa dopo l’uragano Sandy, facilita e velocizza procedure altrimenti complesse e dispersive e si mostra facilmente replicabile in qualsiasi contesto d’emergenza.

Refugees Welcome Italia, tra i promotori del programma, è il comitato italiano del network Refugees Welcome International, altro importante progetto nato in Germania nel 2014 e ora attivo in 12 Paesi. Anche in questo caso il privato che intende mettere a disposizione una stanza o abitazione può registrarsi alla piattaforma dedicata, mentre l’associazione garantisce l’incontro col rifugiato “adatto” in cerca di alloggio e un supporto per tutta la durata del percorso, favorisce l’inserimento sociale e l’autonomia del migrante (attraverso la ripresa degli studi o la ricerca di un lavoro), ed organizza sulla piattaforma stessa forme di crowdfunding a copertura delle spese. Molto simile il progetto Refugee Hero, anch’esso made in Germany e basato sulla disponibilità abitativa non a scopo di lucro; mentre altri progetti più circoscritti trovano attuazione un po’ in tutta Europa, come il progetto Rifugiati in famiglia messo in pratica a Parma grazie ai fondi stanziati dal sistema Sprar e dal locale Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione, o il polo di cohousing organizzato da Fondazione Josefa a Bruxelles, dove rifugiati e migranti convivono con cittadini del posto per superare attraverso la reciproca conoscenza quella separazione anche fisica che spesso contraddistingue l’esperienza migratoria, con la nascita di quartieri-ghetto all’interno delle città.

Non è un caso che il fattore abitativo raccolga la maggior parte degli sforzi. Realizzare spazi di condivisione e reciproca conoscenza significa anzitutto instaurare relazioni reali, superando da un lato la diffidenza della popolazione ospitante, dall’altro quella condizione psicologica di passività ed impotenza alimentata dalla lunga permanenza nei centri di accoglienza. Dall’abitare, dal sentirsi parte di una comunità, comincia il vero percorso di inclusione, ed è in questi spazi del quotidiano, talvolta troppo distanti dal welfare tradizionale, che le iniziative basate sullo spirito di innovazione e su un senso di condivisione possono davvero fare la differenza tra un presente di tensioni e un futuro di sostenibilità sociale costruita insieme.

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