24 ore per diventare sostenibili

Sono le otto di mattina. Ho gli occhi fissi sulla tazza di caffè e ripenso all’allarme lanciato dal Clac, il Coordinamento dei produttori Fairtrade dell’America Latina e dei Caraibi, in occasione dell’ultimo ribasso del prezzo del caffè arrivato a 90 centesimi di dollaro alla libbra. Una situazione definita “non più sostenibile”. Crescono i costi legati alla produzione e all’adattamento ai cambiamenti climatici ma diminuiscono i guadagni. Così dicono i rappresentati dal Clac: “25 milioni di famiglie di piccoli produttori, più di 100 milioni di persone, corrono il rischio concreto di non riuscire a mandare i figli a scuola e di non avere abbastanza cibo per nutrirsi”. L’industria del caffè nasconde forti iniquità: dei 200 miliardi di dollari generati dalla sua vendita nel mondo, i contadini ricevono una percentuale compresa tra il 7 e il 10%. Ci sono aziende della filiera, però, che si stanno impegnando in progetti di economia circolare a sostegno delle comunità coltivatrici. Vergnano, per esempio, ha avviato la campagna “Women in Coffee” con l’avvio di una micro torrefazione gestita da 20 donne nella Repubblica Dominicana. L’ecosostenibilità è un’attitudine fatta di tanti piccoli gesti quotidiani. Anche con i più semplici, come prendere il caffè, possiamo incidere sull’ambiente e sulla qualità della vita di chi produce ciò che noi consumiamo. Anche a molti chilometri di distanza.

I miei pensieri sono interrotti dal richiamo di Filippo, mio figlio di 15 mesi. Mi ricorda che la giornata deve iniziare e il primo passo per farlo è un veloce ma necessario cambio di pannolino. Pare che nel primo anno di vita un bambino ne consumi almeno 2500 producendo circa una tonnellata di rifiuti difficili da smaltire. Secondo il rapporto di sostenibilità di Edana (l’associazione internazionale che rappresenta l’industria dei nontessuti e le industrie dei prodotti collegati) i pannolini per bambini e per incontinenza in Europa costituiscono il 2-3% dei rifiuti solidi urbani. Una fetta sempre maggiore di genitori però si sta convertendo all’uso dei pannolini lavabili che, oltre a essere maggiormente sostenibili per l’ambiente, sono anche privi di molte sostanze chimiche contenute nei prodotti usa e getta. I marchi tradizionali detengono ancora una quota di mercato del 95% in Europa ma, stando a un sondaggio di Euromonitor sul tema, sempre più genitori si rivolgono al web per trovare suggerimenti e consigli sui prodotti per l’infanzia e prestano maggiore attenzione ai valori che le aziende condividono, sostenibilità inclusa.

L’armadio di Filippo è composto sia di abitini nuovi che di seconda mano, donati da amici e conoscenti di famiglia. Se il passaggio di capi per l’infanzia è consuetudine tra i genitori, il mercato dell’usato nella moda donna sta avendo successo solo negli ultimi anni. Secondo un recente studio del sito ThredUp, il mercato degli abiti di seconda mano oggi vale 24 miliardi di dollari e i volumi sono destinati a raddoppiare arrivando a 51 miliardi entro il 2024, con una crescita 1,5 volte più veloce del fast fashion. Sarà l’effetto Marie Kondo, ma intanto il pianeta ringrazia.

Prima di uscire di casa do un’ultima occhiata al contenuto dello zaino. Gli essenziali, vale a dire borraccia per l’acqua e abbonamento ai mezzi pubblici, ci sono. Per gli spostamenti quotidiani uso il tram e, quando posso, per i lunghi viaggi mi affido al car pooling. La condivisione dell’auto consente di contenere i prezzi del viaggio e aiuta a ridurre l’impatto ambientale. Una pratica che in Italia hanno adottato più di tre milioni di persone iscrivendosi alla piattaforma Blablacar. Il servizio di car sharing recentemente ha condotto uno studio con l’istituto francese Le Bipe e ha calcolato che nel 2018 il car pooling organizzato attraverso la piattaforma ha permesso di evitare l’emissione di 1,6 milioni di tonnellate di Co2, l’equivalente assorbita in un anno da 730mila campi da calcio ricoperti di foresta.

Ci sono diversi modi per ridurre il proprio impatto sul pianeta anche sul luogo del lavoro. Io per esempio in ufficio ho messo in atto piccoli cambiamenti quotidiani che mi aiutano a consumare meno risorse. Ho iniziato stampando solo se necessario e su entrambi i lati del foglio mettendo da parte le pagine stampate per sbaglio da usare per prendere appunti al posto dei bloc-notes. Per pranzo cerco di evitare i prodotti confezionati e di non acquistare verdure fuori stagione e ogni volta che sono tentata di comprare a dicembre una confezione di fragole che hanno un aspetto delizioso ma provengono dal Perù, mi chiedo sempre quanta anidride carbonica sia stata prodotta per portarle fino in Italia. Infine ho collegato i dispositivi elettronici della mia postazione dell’ufficio a una presa multipla e ogni sera, prima di tornare a casa, la spengo.

Con più del 30% del cibo prodotto al mondo che viene sprecato, anche la cena può essere un buon momento per ripensare i propri consumi. Da poco è arrivata in Italia la applicazione “Too good to go” e ha scelto come città-test Milano. L’idea è danese e già oggi ha otto milioni di utenti distribuiti in nove Paesi. Il servizio permette alle attività commerciali di dare un’ultima chance a cibo invenduto “troppo buono per essere buttato”, come recita il nome della app. Negozi e locali che aderiscono mettono in vendita delle “magic box” che contengono prodotti e piatti freschi in avanzo e le confezioni hanno un costo contenuto, dai due ai sei euro. Per ogni scatola venduta si evita l’emissione di due chilogrammi di Co2.

L’ultima battaglia ambientalista è quella della carne che dalle piazze si sta spostando nei laboratori scientifici e nelle sedi dei venture capitalist della Silicon Valley. Un numero crescente di startup infatti sta studiando metodi di produzione di carne alternativi agli allevamenti come la sua coltivazione in laboratorio. È il caso di Memphis Meat, azienda che conta tra i suoi investitori anche Bill Gates e Richard Brenson e che ha raccolto impegni per 22 milioni di dollari.

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